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Cosa piace degli anime: parte 2.

Ohayo! Ricordate? L’ultima volta avevamo cercato di capire cosa ci affascina degli anime, cosa ci tiene col fiato sospeso e gli occhi sbarrati per ore. Ecco la risposta che mi sono data…

L’idea che l’unica ragione dietro al successo mondiale degli anime fosse il desiderio di un mondo fantastico e alternativo non mi convinceva appieno. Sì, probabilmente in minima parte si trattava anche di questo, ma c’era sicuramente di più. Ad oggi, ritengo che la ragione sia ben più profonda e che debba essere fatta risalire al bisogno, sempre più impellente, di ritrovare alcuni dei valori e sentimenti che sentiamo, intimamente, di avere perso. O che, semplicemente, non vengono più insegnati, o sono regolarmente smitizzati. Il coraggio, la determinazione, la famiglia, l’amicizia, addirittura l’amore. Con questo non intendo certo definire una regola universale applicabile a ogni anime esistente, no di certo (fortunatamente, non mi reputo ancora un “poeta messianico”). Il mio unico intento è quello di riportare la mia esperienza personale, cercando di offrire un possibile spunto a chi ancora sta cercando una propria risposta. Negli anime, nei loro personaggi straordinari, talvolta stravaganti, qualche volta del tutto ordinari, e proprio per questo ancora più umani e vicini al mio sentire, ho ritrovato sentimenti, emozioni e ideali che pensavo ormai abbandonati, dimenticati in favore di un cinismo e un nichilismo sempre più imperanti.

Prima di Your Name, avevo guardato dozzine di film di tutti i generi… Potremmo dire che ne avevo “fatto indigestione”. Eppure, non riuscivo a fermarmi, non volevo fermarmi. Intorno a me, fuori dallo schermo, vedevo soltanto cappucci tirati sugli occhi, auricolari, labbra che si schiudevano per lasciar uscire parole incolori, trasparenti… Inconsistenti, per meglio dire. Sentivo frasi come: “odio questo mondo”, “che schifo”, e risate acide. Avete presente in La forma della voce, quando Shoya decide di coprirsi le orecchie e chiudere gli occhi, e i volti degli altri vengono cancellati, annullati da grandi “X”? Era quello che avrei voluto fare anch’io. Il problema non era nel mondo: il problema erano “gli altri”, sfiduciati, abbandonati, trascinati. Questo era il motivo che mi spingeva a non smettere di cercare nello schermo quello che sentivo mancare al di fuori di esso. Eppure, anche i dialoghi, le lunghe pause di silenzio, perfino le trame mi comunicavano la stessa sensazione di… Incompatibilità? Vuoto? Peggio ancora, malinconia. Quel sentimento freddo, viscido, strascicato, simile a chi cerca di tornare a casa in mezzo alla pioggia, ma procede lento, così lento che sembra fermarsi e tornare addirittura indietro… D’altronde, cos’è la malinconia, se non il desiderio così irrinunciabile di un presente diverso, da portarti a sperare in un ritorno a prima, a… A cosa? Ciò di cui avevo bisogno, senza saperlo, era la determinazione di Izuku Midoriya in My Hero Academia, l’amore fra Hotaru e Gin in Hotarubi no mori e (attualmente il mio film preferito), l’amicizia fra Eren, Mikasa e Armin in Attack on Titan. Nessuna pretesa di insegnare ciò che non può essere insegnato, ma nemmeno una resa incondizionata a una realtà priva dei suoi significati più profondi, ovvero una realtà limitata a mera sopravvivenza e apparenza.

Questo è ciò che mi ha conquistata, e che continua a conquistarmi. Ciò che mi consente di non ridurmi a vuoto contenitore. Questa è la mia risposta, ma sono sicura che non ne esista una sola, e che tutte siano, a modo loro, corrette. Forse mi sono dilungata un po’ troppo, e il risultato è certamente più contorto di quanto desiderassi, ma c’era da aspettarselo: mi succede ogni volta in cui tratto di un argomento complesso che mi sta particolarmente a cuore.

B.

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