Annyeong! Come forse avrete già intuito, oggi inaugureremo la “sezione k-drama” del nostro piccolo spazio. Per cominciare, ho pensato di raccontarvi qualcosa della mia esperienza personale, di come sono arrivata a sostituire i miei poster di Robert Pattinson e Leonardo di Caprio con quelli di Gong Yoo e Lee Joon-gi.
Prima dell’estate del 2019, ero completamente ignara dell’esistenza dei “k-drama”, ovvero le serie televisive sud-coreane. Fu per caso che, una mattina di Giugno, rovistando fra i titoli di Netflix, incappai in una breve serie di circa 20 episodi dal titolo A love so beautiful. Sulla copertina, un ragazzo e una ragazza dai grandi occhi a mandorla, sorridenti. Diedi un’occhiata veloce alla trama: Jiang Chen… Chen Xiaoxi… Nomi difficili, ma estremamente affascinanti. La storia era alquanto originale: essendo stata abituata al tipico clichè dell’amore corrisposto dopo un singolo sguardo, dopo il “colpo di fulmine”, trovare una protagonista rifiutata dalla sua cosiddetta “crush”, ma determinata a ribaltare la situazione, era per me qualcosa di nuovo. Decisi di fare un tentativo, tanto per far passare le interminabili e afose ore estive. Quello che, da inesperta, non sapevo, è che mi ero imbattuta in un c-drama (un drama di produzione cinese), ma non in uno qualunque, no. Quello sarebbe diventato il c-drama che avrebbe segnato la mia dipendenza da questo genere di serial televisivo.
Il primo ostacolo sono sicuramente stati i sottotitoli: l’idea di dover ignorare la scena in corso e di leggere affannosamente parole che scomparivano dopo pochi secondi mi causava, all’inizio, non poco fastidio. Ad ogni modo, nonostante la mia connaturata impazienza, dopo due o tre puntate necessarie a “prendere il ritmo”, ho realizzato che i sottotitoli non costituivano poi un ostacolo così insormontabile. Niente che non si potesse superare pur di continuare a guardare Hu Yitian (Jian Cheng). A circa metà della serie, iniziai a mostrare i primi inconfondibili segni di una nuova dipendenza: monopolizzazione del divano, ripetizione delle poche parole che avevo imparato a conoscere e incontrollato consumo di gelato nei momenti di maggiore batticuore e sofferenza. La divorai in pochissimo tempo, e sentii immediatamente il bisogno di trovarne un’altra, poi un’altra e un’altra ancora. A stupirmi particolarmente, oltre alle storie d’amore travolgente, totale, rafforzato proprio da quelle difficoltà che avrebbero dovuto spezzarlo, è stata la cura dedicata ai dialoghi, di qualsiasi genere essi fossero: ho trovato incredibile come, senza bisogno di elaborate scene d’azione, bastassero i dialoghi a tenermi immobile, col fiato sospeso. Non a caso i miei preferiti possono dirsi il perfetto riassunto di tutti questi elementi.
Al primo posto della mia “top three” c’è sicuramente il Goblin, il “k-drama del destino” per eccellenza, in cui prende forma un amore straordinario, che supera i confini del tempo, e in cui il fato si rivela in tutta la sua crudeltà e ineluttabilità, ma anche in tutta la sua bellezza. Ci sarebbe così tanto da dire riguardo a questa storia straordinaria, ma se dovessi limitarmi a poche parole, la definirei immersiva, commovente e, per certi aspetti, intrinsecamente ricca di speranza.
Al secondo posto, anche se solo di nome e non di fatto, si posiziona Scarlet Heart: Ryeo. Se il Goblin è in grado di far piangere anche le statue, Scarlet Heart è assolutamente sconsigliato ai deboli di cuore. Un’altra grande storia d’amore e di guerra, un susseguirsi incessante di emozioni, sentimenti contrastanti fra i quali il cuore rimane stretto, come in una morsa. Immortale, imprevedibile ed emozionante sono sicuramente gli aggettivi adatti ad una serie che, dopo mesi, e addirittura anni, è ancora capace di farti piangere il cuore.
Per finire, al terzo posto non può mancare il drama che ha segnato più di una generazione, tratto da uno dei manga più venduti di sempre: Meteor Garden, nella versione cinese del 2018. Nonostante a prima vista possa sembrare una “bestia innocua”, col procedere delle puntate Meteor Garden si rivela essere totalmente meritevole del successo ricevuto, e assolutamente degno del paragone con i grandi capolavori sopracitati. Indovinate? Sì, il genere è sempre romance, ma non cade mai, in alcun modo, nel noioso o “già visto”, ve lo posso garantire. Ritengo che il suo segreto sia stata l’abilità con cui il ritmo serrato e ricco di sorprese è stato alleggerito da sequenze distese e rilassate, senza contare l’esperienza dimostrata in alcune inquadrature.
Se siete ancora ai primi “tentativi d’approccio” al mondo dei k-drama e c-drama, credo che Meteor Garden sia il più adatto per cominciare, mentre vi consiglio di gustarvi le altre due perle rare con calma, senza fretta. Magari con un barattolo di gelato al fianco, non si sa mai.
